Il Mediterraneo si estende dal primo ulivo che si raggiunge arrivando dal Nord ai primi palmeti che si levano in prossimità del deserto. Per chi “scende” dal Settentrione, l’appuntamento con il primo ulivo è subito dopo il “blocco” di Donzère, sul Rodano. Il primo palmeto compatto sorge (non vi è altra parola) a sud di Batna e Timgad, dopo che si è varcato l’Atlante sahariano attraverso la porta d’oro di Al Qantara. Appuntamenti del genere, però, che incantano e prendono il cuore, sono in serbo lungo tutto il perimetro del mare Interno. Qui ulivi e palme montano una guardia d’onore. (F. Braudel, La Mediterranée, trad. it. di Elena De Angeli).
Secondo Fernand Braudel, quindi, la palma e l’ulivo tracciano a Sud e a Nord i confini del “Mediterraneo” inteso non solo come ‘mare’, bensì come ‘area di civiltà’, un Mediterraneo duplice, dicotomico, del quale i due alberi rappresentano, ormai anche nell’immaginario collettivo, i simboli eterni. Opponendo palmeti e uliveti, pianure desertiche e catene montuose a picco sul mare, la Natura stessa avrebbe preparato, sempre secondo Braudel, l’ostilità congenita tra i due Mediterranei, il settentrionale e il meridionale, il nostro e l’altrui.
Fortunatamente però, nel corso dei secoli alla forza della Natura e della Geografia se ne è opposta un’altra, altrettanto se non più dirompente: la forza della Storia e degli Uomini che la hanno fatta. “La storia – prosegue infatti Braudel con un’immagine bellissima – ha però mescolato i vari ingredienti, così come sale e acqua si mescolano nel mare”.
Grazie alla Storia, la duplicità “naturale” del Mediterraneo si è trasformata in una complessa molteplicità. Negarla significa espropriare il nostro mare di molta della sua ricchezza. Oggi, prosegue Fernand Braudel, il Mediterraneo è:
“Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell’ultramoderno: accanto a Venezia, nella sua falsa immobilità, l’imponente agglomerato industriale di Mestre; accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondi marini o le enormi petroliere. Significa immergersi nell’arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare.
Tutto questo, perché da millenni sulle rive del nostro stretto, infinitamente piccolo – se comparato alle abissali distanze atlantiche – pezzo di mare, un magico lago, come lo definisce lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, confluisce ogni cosa: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, insomma, modi di vivere, di cui la Dieta Mediterranea – nel senso etimologico più volte ricordato – costituisce in qualche modo la sintesi.
Ecco che, allora, i motivi per cui la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO gioisce della proclamazione della Dieta Mediterranea come “patrimonio dell’umanità”, appaiono meno contingenti del pur rilevante prestigio che un’iscrizione nelle Liste UNESCO conferisce al nostro Paese. Per prima cosa, infatti, la candidatura della Dieta Mediterranea, ci porta a riscoprire il carattere originario di questo “stile di vita” e di alimentazione, e implica una presa di coscienza a tratti sorprendente: solo una minima parte di ciò che noi oggi consideriamo ‘Dieta Mediterranea’ – ovvero la triade costituita da vite, grano e olivo – è originaria delle rive del Mare Nostrum.
Un altro grande storico, Lucien Febvre, immaginava nelle Annales che Erodoto – uno dei primi storiografi dell’antichità a descrivere le abitudini alimentari mediterranee – tornasse in vita oggi e scriveva:
Quanti motivi di stupore! Quei frutti d’oro tra le foglie verde scuro di certi arbusti – arance, limoni, mandarini, – non ricorda di averli mai visti nella sua vita. Sfido! Vengono dall’Estremo Oriente, sono stati introdotti dagli arabi. Quelle piante bizzarre dalla sagoma insolita, pungenti, dallo stelo fiorito, dai nomi astrusi – agavi, aloè, fichi d’India -, anche queste in vita sua non le ha mai viste. Sfido! Vengono dall’America. Quei grandi alberi dal pallido fogliame che pure portano un nome greco, eucalipto: giammai gli è capitato di vederne di simili. Sfido! Vengono dall’Australia. E i cipressi, a loro volta, sono persiani, Questo per quanto concerne lo scenario. Ma quante sorprese, ancora, al momento del pasto: il pomodoro, peruviano; la melanzana, indiana; il peperoncino, originario della Guyana; il mais, messicano; il riso, dono degli arabi; per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco, montanaro cinese divenuto iraniano, o del tabacco.”. Tuttavia, questi elementi sono diventati costitutivi del paesaggio mediterraneo: “Una Riviera senza aranci, una Toscana senza cipressi, il cesto di un ambulante senza peperoncini… che cosa può esservi di più inconcepibile, oggi, per noi?
La proclamazione della Dieta Mediterranea “Patrimonio culturale dell’Umanità” ci costringe così a rintracciare nell’apertura all’esterno, nello scambio con le altre culture, la radice più profonda della molteplice identità culturale mediterranea e ci consente di ancorare il dialogo interculturale – di cui si parla spesso in modo vago – a contenuti precisi e circostanziati, strettamente legati alla storia, alle tradizioni, ma anche alla vita quotidiana dei popoli del Mediterraneo, sulle cui rive – o nei loro pressi – si consumano ancora oggi alcuni dei più sanguinosi conflitti della storia dell’uomo.
D’altra parte, è questo il senso più autentico delle Liste dell’UNESCO: promuovere una migliore e più approfondita conoscenza della propria cultura e di ciò che ha in comune con le altre, per perseguire l’obiettivo di costruzione della pace che costituisce la missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. La proclamazione della Dieta Mediterranea, che oggi celebriamo, mette in risalto tale profondo significato delle Liste UNESCO. Per questo, a nome della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, vi ringrazio e vi auguro buon lavoro.