In una società medievale, carnivora e dedita alle più sfrenate gozzoviglie, i Cavalieri Templari si distinsero per l’adozione di un tipo di alimentazione equilibrata e sana, che nutriva senza appesantire e li manteneva in buona salute.

I primi di essi, giunti in Terrasanta agli albori dell’Ordine, dovettero misurarsi con un ambiente ed una realtà ben diversi da quelli del continente europeo, che si erano lasciati alle spalle. Il clima, le malattie sconosciute e un ritmo esistenziale inconsueto ne rappresentavano le componenti più significative.

Tutto ciò li obbligò a modificare alcuni aspetti del quotidiano vivere occidentale e l’alimentazione vi ebbe un posto preminente. Compresero che se volevano sopravvivere e mantenersi sani, era indispensabile adottare nuovi criteri di nutrizione. Abolirono perciò i grassi, l’uso smodato e continuo delle carni e, fedeli alla Regola che proibiva loro la caccia, eliminarono dai pasti la selvaggina. Anche il vino venne dispensato con moderazione, per impedire solenni ubriacature, in guerrieri che dovevano essere sempre vigili e pronti, in ogni momento, al richiamo della battaglia.

La Regola, manuale di vita dei Cavalieri Templari, ne codificò anche l’alimentazione. L’articolo X stabiliva quanto segue: “Tre volte per settimana vi sia sufficiente di rifocillarvi di carne, a meno che non cada il giorno di Natale, di Pasqua, la festa di Santa Maria, di Tutti i Santi, perché il troppo mangiar carne guasta la salute del corpo”. Per tale motivo, l’uso della carne venne limitato ed essi privilegiarono il pesce, le uova, i formaggi, i legumi e le verdure. Naturalmente il posto d’onore spettava al pane, quel pane che troviamo menzionato innumerevoli volte, come nell’articolo XV che recita così: “Sebbene il premio della povertà, che è il Regno dei Cieli, si debba senza dubbio ai poveri, a voi tuttavia, ordiniamo di dare ogni giorno al vostro elemosiniere la decima parte del pane”; tali razioni, stornate dalla mensa templare, venivano distribuite ai bisognosi.

Com’era il pane dei Cavalieri Templari in occidente ? Esso era di due tipi: quello quotidiano, chiamato pane bigio, fatto con farina di grano e di segala, e quello della festa, detto pane bianco, perché impastato appunto con la sola farina bianca.

Le disposizioni alimentari adottate in Terrasanta, dalla casa madre dell’Ordine, furono estese alle altre case, presenti in tutti i territori del continente europeo. A seconda delle zone ebbero, pur rispettando la Regola di base, delle lievi modifiche, dovute al tipo di produzione esistente in quei luoghi. Poiché ogni casa doveva vivere e mantenersi con ciò che produceva, l’alimentazione delle precettorie si basava sui prodotti locali integrata, talvolta, da doni di privati o insaporita dalle spezie che l’Ordine importava in grandi quantità dall’Oriente e vendeva nei mercati occidentali.

I Cavalieri Templari conservavano pesce e carne mediante affumicatura e salatura utilizzandoli, in seguito, insaporiti con spezie varie per ingentilirne il sapore.

Le differenze più rilevanti nell’alimentazione dei Cavalieri Templari si riscontravano tra le precettorie occidentali e quelle orientali. In Occidente l’animale per eccellenza, allevato nelle precettorie, era il maiale utilizzato nella sua interezza e di cui il lardo, salato e conservato, veniva usato come principale condimento ove l’olio d’oliva non era presente. Anche gli ovini, pecore e capre, erano presenti negli insediamenti templari occidentali, soprattutto nelle zone più aride a dai pascoli meno rigogliosi e davano carne, latte e formaggi. Dagli animali da cortile, galline e oche, si avevano carne e uova. E’ logico che il latte, prodotto in abbondanza, non poteva essere consumato totalmente, così i Cavalieri Templari ne facevano formaggi che in parte utilizzavano per i loro pasti e in parte vendevano. Sembra che il Brie, il delicato formaggio francese, sia nato proprio in una precettoria dei Cavalieri Templari.

I Cavalieri Templari bevevano, come si usava all’epoca sia birra che vino, bevuto naturale o, come era consuetudine, aromatizzato all’anice, al rosmarino o bollito e speziato con cannella e chiodi di garofano o dolcificato con il miele. Sappiamo che gli uomini del medioevo, e quindi anche i Cavalieri Templari, non bevevano mai acqua senza avervi aggiunto un liquido meno tossico quale: vino, sidro, succo di frutta o estratti di scorza di frutta.

In alcune precettorie italiane si mangiava la polenta fatta con grano saraceno, quindi non di mais o granoturco poiché, a detta degli storici, tale pianta era sconosciuta in Europa sino alla scoperta dell’America. A tale proposito è interessante segnalare un singolare documento crociato del 1257, riguardante la produzione agricola della diocesi di Acri, nel quale è menzionato il “mais”. L’illustre medievalista Joshua Prawer, nel suo testo sul Regno di Gerusalemme, così commenta tale interessante citazione: “potrebbe trattarsi di granoturco e, se la nostra traduzione è corretta, questa sarebbe una prova in più circa l’origine asiatica, e non americana, di questo tipo di grano”.

Ritornando al grano saraceno, si sa per certo che tale cereale, originario del Turkestan, fu introdotto in Europa nel medioevo e coltivato in Italia, soprattutto in Friuli, in Valtellina e nel Varesotto. Poiché questa pianta sopportava male il freddo, essa veniva coltivata nella stagione primaverile ed estiva, raggiungendo rapidamente la maturazione. I suoi chicchi di colore bruno argenteo o grigiastro danno alla farina la ben nota colorazione scura, senza toglierle peraltro, il rustico e gradevole sapore.

In Terrasanta non si usava il maiale, probabilmente a causa del gran caldo, e forse perché dovendo convivere con il popolo arabo era comunque preferibile non creare ulteriori motivi di attrito. Sicuramente inizialmente qualcuno avrà mangiato carne di maiale e con quel clima avrà avuto parecchi problemi intestinali che avranno consigliato agli altri di privilegiare le carni di montone, pecora, capra e degli animali da cortile. Gli estesi uliveti producevano olio in quantità, le vigne davano ottimo vino e per dolcificare, a differenza dei loro confratelli occidentali, i Cavalieri Templari non avevano necessità del solo miele poiché potevano utilizzare anche la canna da zucchero delle loro piantagioni.

Poiché la Palestina produceva in gran quantità il frumento, il pane era fatto esclusivamente con farina bianca e non, come in Occidente, con la segale o altri cereali che lo rendevano scuro. Il pane veniva confezionato sia in forme lievitate (pani) che ad uso di focacce schiacciate (pitta).

I pellegrini del tempo, parlando della Terrasanta, la descrivevano come: “Una terra di frumento e d’orzo, di viti, di fichi e melograni, una terra d’olio, di olivi e di miele”. I Cavalieri Templari orientali consumavano legumi ed ortaggi come ceci, lenticchie, piselli, cetrioli, asparagi, carciofi, lattuga e fagioli. Dai fagioli prendeva nome il Castrum Fabae, la fortezza templare situata nella valle di Jezreel. Essi consumavano senape, aglio e cipolle, le famose cipolle palestinesi provenienti da Ascalona e che da questa località presero il nome, in italiano, di scalogno.

In Oriente i Cavalieri Templari potevano portare in tavola una maggiore varietà di frutta di cui alcune varietà erano sconosciute in Occidente. L’uva serviva sia per la vinificazione sia come uva da tavola; si gustavano meloni e angurie, melograni, banane (chiamate dai pellegrini e crociati “pomi del paradiso”), il limone e l’arancia (dall’arabo “narange”), i datteri che si consumavano sia freschi che seccati in forme simili a focacce, così come i fichi, le albicocche e, in tempi di carestia, il carrubo che fu l’alimento base dell’esercito della terza crociata durante l’assedio di San Giovanni d’Acri (1191).

In Occidente si producevano e mangiavano prevalentemente mele, pere, noci, nocciole e ciliegie. Poiché durante il periodo dell’Avvento (da Ognissanti a Natale, chiamato dai Cavalieri Templari “la piccola In Quaresima”) e nella Quaresima vera e propria i Cavalieri Templari abolivano la carne, fu necessario per l’ordine organizzarsi in modo da poter avere sempre del pesce disponibile. Per soddisfare tale necessità nei luoghi lontani dal mare, dai fiumi o dai laghi i Cavalieri Templari crearono delle peschiere e dettero vita alla piscicoltura. Anche il pesce, affumicato o conservato sotto sale, faceva parte dell’alimentazione templare.

I Cavalieri Templari mangiavano nel refettorio, su lunghe tavole, seduti uno di fronte all’altro. Le tavole erano ricoperte da tovaglie bianche, tranne il Venerdì Santo quando, in segno di umiltà, mangiavano sul nudo legno, prima ben lavato e strofinato. Il servizio da tavola individuale del Cavaliere Templare era composto da: una scodella di corno o di legno; due calici: uno quotidiano ed uno per i giorni di festa; un cucchiaio e un coltello. Le forchette allora non esistevano e verranno adottate circa nel 1400.

I Cavalieri Templari mangiavano in silenzio, ascoltando una lettura sacra. Niente andava sprecato, tutto doveva essere spezzato o tagliato in maniera decorosa poiché gli avanzi venivano dati ai poveri. Nobili e privati cittadini inviavano spesso, al Maestro o al precettore di qualche casa, cibi prelibati, primizie o piatti tipici; era allora facoltà di chi li riceveva donarli a coloro che avevano qualche merito speciale o a tutti i presenti in occasione di particolari festeggiamenti. In genere quanto compariva sulla tavola dei Cavalieri Templari era il prodotto della precettoria o delle sue dipendenze. In particolari occasioni il precettore poteva fruire della sua borsa o fondo personale per l’acquisto, fuori dell’area della precettoria, di particolari alimenti.

E’ certo che il sistema alimentare adottato dall’Ordine in Oriente ed esteso a tutte le case europee, fu ben equilibrato e soddisfacente, infatti i Cavalieri Templari furono, in genere, molto longevi e i sopravvissuti alle battaglie e alle gravi malattie orientali raggiunsero quasi tutti gli ottant’anni, il doppio di quanto mediamente viveva un uomo nel medioevo.

La storia del mondo medievale e delle sue caratteristiche si riscopre non solo attraverso la narrazione delle battaglie o delle gesta di principi e guerrieri, ma anche dagli aspetti più semplici della sua quotidianità quale era, appunto, quanto si serviva e si gustava in tavola.

La Regola del Tempio:
si compone di quattro parti cronologicamente distinte.

-La Règle primitive (Regola primitiva), approvata dal Concilio di Troyes nel 1128 e la sua traduzione francese del 1140 ca. che vi apportava qualche variante;
-i Retraits, che formano una raccolta di usi e costumi dell’Ordine (1165 ca.);
-gli Statuts hiérarchiques (Statuti gerarchici), che trattano essenzialmente delle cerimonie (1230 1240);
-gli Egards, dedicati alla disciplina (reati, pene, esempi di giurisprudenza), che si fanno risalire al 1257 1267.

Gli ultimi tre riprendono gli elementi della Règle primitive, la sviluppano, la commentano e la modificano, per renderla maggiormente efficace alle diverse circostanze.

La Regola primitiva, che nelle sue successive versioni si amplia, espone la vita dei Templari in tempo di pace e in tempo di guerra, nelle commende d’Oriente come in quelle d’Occidente.

Anche gli inventari redatti dai delegati di Filippo il Bello, ci offrono la possibilità di capire quale era il bestiame allevato nelle commende, le riserve di grano e di foraggio, le provviste, i barili di birra e di vino, il materiale agricolo, gli utensili da cucina, e persino i compiti dei domestici.

LA RICETTA “A Far Zanzarello”

Sbattere diverse coppie d’uova, ed aggiungervi generoso grana e pan grattato.
Portare del brodo di pollo ad ebollizione, arricchirlo con zafferano, e lasciarlo in infusione finché non diventerà di un bel colore dorato.
Raggiungere nuovamente il punto di ebollizione del brodo e versarvi l’impasto tutto insieme;
mescolare con una frusta ed aspettare che ricominci a bollire.
Quando la zuppa assumerà un aspetto leggermente granuloso, dovuto alle uova che cocendo si saranno rapprese,
togliere la pietanza dal fuoco, aggiustarla di sale e a piacere spolverarla di cannella, zenzero, noce moscata e pepe.
Servire gli zanzarelli ben caldi.

Il riunirsi per il pasto
In un palazzo, ma sarebbe meglio dire refettorio, comunitariamente riteniamo che voi assumiate il cibo, dove, quando ci fosse una necessità, a causa della non conoscenza dei segni, sottovoce e privatamente è opportuno chiedere. Così in ogni momento le cose che vi sono necessario con ogni umiltà e soggezione di reverenza chiedete durante la mensa, poiché dice l’apostolo: Mangia il tuo pane in silenzio. E il Salmista vi deve animare, quando dice: Ho posto un freno alla mia bocca, cioè ho deciso dentro di me, perché non venissi meno nella lingua cioè custodivo la mia bocca perché non parlassi malamente.

La lettura
Nel pranzo e nella cena sempre si faccia una santa lettura. Se amiamo il signore, dobbiamo desiderare di ascoltare attentamente le sue parole salutifere e i suoi precetti. Il lettore vi intima il silenzio.

Uso della carne
Nella settimana, se non vi cadono il Natale del Signore, o la Pasqua, o la festa di S. Maria, o di tutti i Santi, vi sia sufficiente mangiare tre volte la carne: l’abituale mangiare la carne va compresa quale grave corruzione del corpo. Se nel giorno di Marte cadesse il digiuno, per cui l’uso della carne è proibito, il giorno dopo sia dato a voi più abbondantemente. Nel giorno del Signore appare senza dubbio, opportuno dare due portate a tutti i soldati professi e ai cappellani in onore della Santa Resurrezione. Gli altri invece, cioè gli armigeri e gli aggregati, rimangono contenti di uno, ringraziando.

Come debbono mangiare i soldati
E’ opportuno generalmente che mangino due per due, perché l’uno sollecitamente provveda all’altro, affinché la durezza della vita, o una furtiva astinenza non si mescoli in ogni pranzo. Questo giudichiamo giustamente, che ogni soldato o fratello abbia per sé solo una uguale ed equivalente misura di vino.

Negli altri giorni siano sufficienti due o tre portate di legumi
Negli altri giorni cioè nella seconda e quarta feria nonché il sabato, riteniamo che siano sufficienti per tutti due o tre portate di legumi o di altri cibi, o che si dica companatici cotti: e così comandiamo che ci si comporti, perché chi non possa mangiare dell’uno sia rifocillato dall’altro .

Con quale cibo è necessario cibarsi nella feria sesta
Nella feria sesta riteniamo lodevole accontentarsi di prendere solamente un unico cibo quaresimale per riverenza alla passione, tenuto conto però della debolezza dei malati, a partire dalla festa dei santi fino a Pasqua, tranne che capiti il Natale del Signore o la festa di S. Maria o degli Apostoli. Negli altri tempi, se non accadesse un digiuno generale, si rifocillino due volte.

Il decimo del pane sia sempre dato all’elemosiniere
Benché il premio della povertà che è il regno dei cieli senza dubbio spetti ai poveri: a voi tuttavia, che la fede cristiana vi confessa indubitabilmente parte di quelli, comandiamo che il decimo di tutto il pane quotidianamente consegniate al vostro elemosiniere.

La colazione sia secondo il parere del maestro
Quando il sole abbandona la regione orientale e discende nel sonno, udito il segnale, come è consuetudine di quella regione, è necessario che tutti voi vi rechiate a Compietà, ma prima desideriamo che assumiate un convivio generale.
Questo convivio poniamo nella disposizione e nella discrezione del maestro, perché quando voglia sia composto di acqua; quando con benevolenza comanderà, di vino opportunamente diluito.
Questo non è necessario che conduca a grande sazietà o avvenga nel lusso, ma sia parco…