La Dieta Mediterranea qui fotografata nella storia di un’area geografica che di certo ne costituisce una significativa parte della sua Patria.

La base dell’alimentazione nel Bruttium, come nel resto della Magna Grecia, era costituita soprattutto dai vegetali: cereali, legumi e frutta; si trattava perciò di un’alimentazione prevalentemente vegetariana, con uno scarso apporto calorico, ma probabilmente sufficiente dal punto di vista nutrizionale.

La diffusione dei cereali è ben documentata nella Calabria del V sec. a. C. soprattutto nelle colonie di Locri e nelle sub colonie di Medma (attuale Rosarno) e Hipponion (attuale Vibo Valentia); le testimonianze più importanti sono le tavolette in bronzo iscritte che costituiscono l’archivio del tempio di Zeus a Locri, che testimoniano che testimoniano la vendita da parte del Tempio alla città sia di granaglie miste che di orzo. Altri documenti sono i pinakes locresi, tavolette di terracotta offerte alla divinità; su alcuni esemplari è riprodotto il matrimonio di Kore-Persefone con Ade il Dio degli Inferi, in cui la Dea è raffigurata con in mano spighe di cereali, probabilmente orzo; ed ancora il consumo di cereali è testimoniato dalla presenza di macine in quasi tutte le colonie calabresi, che servivano per ottenerne farina. Frequente era l‘uso di confezionare focacce e dolci che in molte occasioni venivano offerte anche agli Dei. Particolarmente interessanti sono alcuni piccoli pani in terracotta rinvenuti a Locri, che testimoniano l’uso diffuso di questo prodotto della farina che, in tutte le età ha caratterizzato le abitudini alimentari dei popoli creatori e seguaci della Dieta Mediterranea (ndr). E’ attestata anche la pratica di bollire i cereali singolarmente o mescolando alcune varietà; solo l’orzo veniva anche tostato; altri oggetti legati al consumo di cereali erano le arule, rinvenute in grandi quantità nelle colonie calabresi; esse sono copie in terracotta dei grandi altari, destinate al culto domestico, sulle quali venivano deposti come offerte chicchi di cereali, frutta ecc.

Molto diffuse le leguminose che venivano coltivate fin dai tempi arcaici e più tardi anche in alternativa al sistema del maggese, oltre ad essere usate anche come fertilizzanti. La ricerca archeologica per il territorio di Crotone ha documentato la coltivazione di ben cinque varietà di leguminose, mentre quella delle fave è testimoniata dalle già citate tavolette bronzee di Locri, nelle quali si parla di un debito contratto dalla città di Locri per comprare frumento e fave.

E’ nota l’opposizione di Pitagora e dei suoi seguaci all’uso greco di consumare sia le fave che la carne; il tentativo da parte dei pitagorici di sovvertire questo regime alimentare, equivaleva, nel caso della carne, a mettere in discussione l’insieme delle relazioni alimentari che i magno greci, in particolare i Crotoniati, avevano stabilito tra gli Dei, gli uomini e le bestie e sulle quali poggiava tutto il sistema politico- religioso della polis magno-greca.

Fonti antiche (Plinio) documentano in particolare per il Bruzio, la coltivazione e l’uso alimentare del cavolo. Per la Calabria erano noti i “cavoli bruttini, dotati di grandi foglie, fusto sottile e sapore molto acuto. Alcune specie vegetali sono documentate dalla coroplastica rinvenuta soprattutto nelle stipi votive di Locri e delle sue subcolonie, Medma (attuale Rosarno) e Hipponion (attuale Vibo Valentia) come: i “tortarelli” verdi, e le capsule di papavero; la prima specie corrisponde ad una varietà di melone diffuso in tutta la Magna Grecia (Policoro, Taranto), ma anche in altri siti del bacino del Mediterraneo (Olinto, Argo) il cui gusto ricorda quello del cetriolo; le capsule di papavero erano utilizzate per estrarre l’oppium, il succo che si forma all’interno della capsula; il suo uso era soprattutto farmaceutico, come sedativo ed analgesico, mentre i chicchi erano utilizzati come alimento; il poeta Alcmane menziona dei pani ricoperti di grani di papavero (l’uso di decorare il pane è rimasto nell’Italia meridionale in Sicilia e Puglia) che venivano utilizzati anche per decorare i dolci.

Grande era il consumo della frutta, sia durante i pasti quotidiani che nelle cerimonie sacre e durante i riti funebri; comuni i piccoli pomi, menzionati da Catone che sono stati coltivati in Calabria fino all’inizio del secolo scorso quando questa produzione ha lasciato il posto ad altre varietà più richieste dal mercato; diffusi erano anche le pere i fichi, l’uva (la vite faceva parte integrante insieme con l’ulivo del paesaggio agrario magno greco), le melagrane, quest’ultima frutta era sacra alla dea Persefone, mentre l’uva a Dioniso.

I formaggi, insieme al miele, l’unico dolcificante a disposizione dei greci, erano considerati alimenti con forte pregnanza religiosa, cibi intermediari tra gli dei e gli uomini, poiché per i greci erano alimenti puri e mistici destinati ad alcune divinità dell’Olimpo (Zeus, Demetra, Artemide ecc.).

Nonostante il mare magno greco sia ricordato dagli autori antichi come molto pescoso, tuttavia sembra che la pesca non sia stata un’attività economica rilevante; ad ogni modo il pesce veniva consumato in misura maggiore della carne. Già nell’antichità lo Stretto di Messina era noto per la pesca del pesce spada; sempre in Calabria è documentata quella del tonno, per la quale le fonti antiche (Eliano e Ateneo) nominano esplicitamente la città di Hipponion, dove in effetti, per l’età romana è documentata la presenza di complessi per la pesca e la salagione del tonno; si consumavano anche i molluschi (patelle, lamellibranchi ecc.) ed ampiamente attestato negli abitati magno greci il rinvenimento di conchiglie; emblematico il caso di Locri, dov’è stato rinvenuto uno scarico di conchiglie di molluschi, alcune delle quali addirittura rimaste attaccate al fondo di una pentola.

In effetti la carne svolgeva un ruolo secondario nella dieta del Bruttium che traeva le proteine soprattutto dai legumi; l’analisi delle ossa animali rinvenute a Locri rivela che i bovini e gli asini erano impiegati nel lavoro fino ad età adulta e venivano mangiati solo quando cessava la loro attività lavorativa; mentre il consumo della carne per i Greci è connesso alla pratica quotidiana del sacrificio cruento agli Dei; è noto che il culto degli dei, nella religiosità greca si basava sull’offerta di animali domestici che venivano sacrificati sugli altari nelle aree sacre, e poi consumati dopo la cottura. Il consumo della carne aumenta in modo notevole in età romana, quando domina il mercato della lucanica un insaccato prodotto in Basilicata, con tecniche introdotte dai Greci.

Molto importanti per l’economia magno greca furono il vino e l’olio, due prodotti molto diffusi anche in Calabria, dove sono segnalati vini pregiati: l’amineo, il byblinos, il primo prodotto nella fertile piana di Sibari, colonia famosa nell’antichità oltrecchè per il lusso, anche per la buona tavola. Anche dopo la distruzione di Sibari, il nuovo impianto di Thuri che ne eredita il prestigio, continua la tradizione vinicola. Per il IV e III secolo a. C., le fonti segnalano molte qualità di vini calabresi: il thurino da Thuri, prodotto nella valle del Crati e del Coscile; il lagaritano, da Lagaria, nel territorio dell’attuale Capo Spulico; il reghinon, nel territorio di Reghion (attuale Reggio Calabria), il busentino da Pissunte (colonia il cui sito non è stato ancora identificato); ottimo vino si produceva anche nei territori di Cosenza e Temesa; ma quello più ricercato e più celebre tra i vini era senza dubbio l’amineo prodotto nella regione degli Aminei, nominata da Plinio e collegata al territorio dell’opulenta Sibari.

Legata a quelle del vino e dell’olio era la produzione artigianale dei contenitori necessari per lo stoccaggio ed il trasporto: le anfore di varia forma, poco ingombranti ed agevoli venivano usate per il trasporto, mentre i pithoi, contenitori di maggiori dimensioni, erano adoperati per l’immagazzinamento nei depositi. Studi recenti hanno dimostrato che alcune forme anforiche, utilizzate per il commercio del vino furono prodotte in Calabria; è indicativo, inoltre che sulle monete di Hipponion, coniate intorno al IV sec. a.C. sia effigiata un’anfora vinaria sul diritto. La produzione del vino, come quella dell’olio era di solito sufficiente per il fabbisogno locale; l’eventuale limitata eccedenza veniva esportata in Sicilia o nel Bruzio tirrenico. Greci e Romani usavano rivestire di pece l’interno dei contenitori; nelle fonti antiche più volte la Calabria viene segnalata come produttrice di pece e molto nota nel mondo antico era la pix brettia, cioè la pece prodotta, appunto, nel Bruttium.

Fonte M. Teresa Iannelli (Soprintendenza Archeologica della Calabria)