La Dieta Mediterranea è anche sacralità. Vediamo il perché.

Il Cristianesimo, con i suoi due miliardi di seguaci in tutto il mondo, è la religione geograficamente e numericamente più diffusa. Come tutti sanno esso nacque nell’area mediterranea. Divenuto qualche secolo più avanti la nascita di Gesù unico culto riconosciuto dall’Impero Romano, abbracciò da subito l’uso di alcuni segni, emblemi alimentari che potessero agire messaggi efficaci e suggerire la sua più genuina identità. Per questa importantissima missione evocatrice furono scelti il pane, il vino e l’olio, elementi di spicco della dieta mediterranea. Ma la Chiesa non si limitò a scegliere come suoi simboli liturgici alimenti storici della cultura gastronomica mediterranea, invero essa incise significativamente sui comportamenti alimentari dei suoi seguaci, ignari co-autori della dieta mediterranea. Penso, ad esempio, al divieto di mangiare carne in alcuni giorni dell’anno, a non sprecare il cibo, a baciare il pane se proprio lo si doveva gettar via, al contrario di quanto avveniva nel mondo laico dei barbari nel quale assumeva massima dignità l’uomo che riusciva a mangiare a crepapelle e bere fiumi di cervogia, l’antenata della birra. Nel crogiuolo di significati storici ed identitari della dieta mediterranea è quindi corretto che venga alloggiato anche il concetto di sacralità: la sacralità del rito e quella del pasto.