La certificazione biologica non è fatta per i piccoli agricoltori. Diffusi da oltre vent’anni in America Latina, arrivano anche in Italia i Sistemi di garanzia partecipata. Un controllo dal basso (gratuito) con le stesse regole del bio ufficiale.
Al posto di un ente esterno, pagato per certificare che un agricoltore sia davvero bio, una squadra di “controllori” formata da contadini e consumatori, che, come l’ente certificatore (ma gratuitamente), esamina i metodi utilizzati e “garantisce” il rispetto dei principi dell’agricoltura biologica. Si chiamano Sistemi di garanzia partecipata (Pgs, Participatory guarantee system), forse l’esempio più evoluto di collaborazione tra agricoltori e consumatori. Non un sostituto della certificazione bio, ma un’alternativa più adatta ai produttori di piccole dimensioni, che, pur rispettando le regole del bio, non possono permettersi il bollino ufficiale.
Dal Brasile all’Italia
In America Latina esistono da oltre vent’anni. Il primo a introdurli è stato il Brasile (nel 1985), dove oggi ci sono oltre quattromila agricoltori certificati. Si sono poi diffusi in Perù, con un migliaio di contadini garantiti, e in Uruguay, Paraguay, Bolivia e Cile. In India sono già 4.500 gli agricoltori coinvolti.
A portare in Italia i Sistemi di garanzia partecipata (per il momento solo alcune sperimentazioni) ci ha pensato un soggetto che credevamo strettamente ancorato alla certificazione ufficiale: l’Aiab (Associazione italiana agricoltura biologica), che, dopo aver testato il metodo in piccoli gruppi a Genova e a Roma, nel 2009 ne ha redatto le linee guida.
«Fino a tre anni fa la certificazione era un argomento tabù – spiega Andrea Ferrante, presidente di Aiab – non poteva essere messa in discussione. Poi abbiamo capito che, seppure centrale, non può essere accettata sic et simpliciter come proposta dall’Ue. In Italia esistono diverse agricolture, che hanno bisogno di modelli di riferimento differenti, anche per il biologico: il contadino con due ettari di terra che si appoggia solo alla vendita diretta non può rientrare in sistemi pensati per le grandi aziende. Dobbiamo comunque dare delle garanzie di qualità del prodotto e del processo, ma non tramite un ente di certificazione pagato. È più efficace un controllo esercitato dagli attori sociali della comunità. Anche applicando le stesse regole della certificazione del bio tradizionale».
«Ogni Paese ha regole diverse – spiega Eva Torremocha, responsabile dell’Ifoam per i Pgs – che tengano conto delle diversità del territorio. Compito dell’Ifoam è stabilire una soglia minima. In Europa coincide con il regolamento ufficiale del biologico: i produttori certificati con Pgs risettano i requisiti per la certificazione bio e di solito hanno standard superiori».
Con i Gas una marcia in più
«Nell’introduzione di questo metodo di certificazione dal basso – spiega Eva Torremocha – l’Italia è avvantaggiata grazie all’esperienza partecipativa dei Gruppi di acquisto solidale». Proprio nel mondo dei Gas sta nascendo una sperimentazione sui Pgs, grazie a un Bando della Fondazione Cariplo. Capofila è il Des Como, insieme ai Des Brianza e Varese e all’Aiab. «I Pgs sono strumenti per costruire patti territoriali perché consumatori e produttori in rete si attivino per garantire la qualità del prodotto», spiega Guseppe Vergani del Des Brianza.
«E sono strumenti di apprendimento reciproco – continua Giuseppe De Santis, anch’egli del Des Brianza – soprattutto per i consumatori, che possono recuperare quella conoscenza delle pratiche contadine che si è persa.»
di Elisabetta Tramonto
Fonte: Valori (Rivista)

 

 

 

 

 

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