II tempo trascorso nell’infanzia e nella prima giovinezza resta impresso nella memoria e nelle parti più profonde del nostro io. Avevo varcato la soglia dei miei 16 anni quando con la mia indomita volontà decisi di riprendere gli studi, interrotti per necessità di famiglia, all’età di 9 anni.
In quei 7 anni avevo già fatto una grande esperienza nel mondo lavorativo della campagna: raccogliere uva nel periodo della vendemmia, le mandorle e le olive, seminare, zappare per ripulire il grano, le fave, i piselli, condurre l’orto preparando il terreno per piantarvi pomidoro, melanzane, peperoni, cavolfiori ed irrigare e concimare e diserbare e poi raccogliere nei cestoni per portare i prodotti al mercato o venderli alle donne riberesi lungo la strada.
Negli anni trascorsi in collegio, all’università e infine nell’insegnamento di materie letterarie nelle scuole medie in Sardegna per circa 6 anni e poi a Ribera sino all’età della pensione, quel duro passato nei vari lavori di campagna non mi lasciava mai: mi si riaffacciava in maniera tumultuosa, ripetitiva e dolente. Mi rivedevo nelle lontane terre del Pinocchio, di Borgo Bonsignore, di Verdura, del Giardinello, di Seccagrande, intento a ripulire il grano mentre piovigginava, a raccogliere il cotone di primo mattino, quando l’alba era ancora lontana, a raccogliere le olive cadute per terra per i signori Riggi nella zona del Garufo, e le fragoline.
Non riuscivo ad annullare quei ripetuti e secchi tocchi alla porta di casa mia dei ricchi borgesi, quel presentarmi nella loro stalla per fare uscire i grossi muli e legarli all’anello appiccicato al muro esterno e raccogliere il concime nei cestoni e poi caricarli sul carretto assieme agli altri arnesi di lavoro: aratri, zappe, sementi, lanceddi.
Mi tornavano alla mente quei casolari di grossi proprietari lontani dal paese, dove   io e decine di ragazzi ci recavamo a piedi percorrendo 10-13 chilometri e dove si pernottava per intere settimane sulla paglia e sul fieno tra l’aria irrespirabile e il caratteristico puzzo degli escrementi degli animali ed i topi.

E all’ordine dei soprastanti, con la zappa in spalla, già prima del sorgere del sole si era sul posto di lavoro (all’antu”) e si lavorava sino al suo tramonto. E si ci ristorava con una minestra brodosa a base di cavoli o altra verdura. Mi colpiva anche il vedere dei ragazzini di 8-9 anni condannati a spingere il gregge nei pascoli e sotto il sole cocente e sotto la pioggia scrosciante….

Prof. Giuseppe Puma