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L’età di Federico II non costituisce un momento specifico della storia dell’agricoltura nel Regno di Sicilia. Tuttavia, perché si possano delineare lo stato e le tendenze dell’agricoltura nel Regno durante la prima metà del XIII sec., è necessario che le considerazioni politiche si combinino con quelle sull’evoluzione economica naturale. Fonte primaria rimangono, ovviamente, i documenti d’archivio, fra i quali sono di particolare importanza i contratti agrari.

Le possibilità agricole del Regno erano assai diversificate a seconda della latitudine (dal Tronto a Malta), dell’altitudine e dell’esposizione: nelle regioni nordoccidentali, più umide, crescevano cereali e diverse leguminose, il lino e la canapa, nonché alberi da frutto, soprattutto il castagno (innestato sin dall’XI sec.); la parte sudorientale, più secca, produceva soltanto frumento, orzo, poche leguminose e ulivi, soprattutto nella Puglia calcarea. La vite cresceva ovunque. Inoltre i bizantini avevano introdotto in Calabria il gelso e il baco da seta, gli arabi avevano importato in Sicilia il cotone, la canna da zucchero, la palma da datteri e gli agrumi (che, in seguito, gli amalfitani acclimatarono nel loro ducato). La partenza e la deportazione degli arabi di Sicilia portò alla scomparsa della canna da zucchero e della palma: nel 1239 Federico II prescrisse al secreto di Palermo di fare ricercare le tecniche, ormai dimenticate, della produzione dello zucchero e volle affidare agli ebrei del Nord Africa la coltivazione del palmeto di Palermo, che però scomparve.

Salvo questi insuccessi, di natura politica e culturale, l’agricoltura del Regno raggiunse un buon livello produttivo. Sin dalla seconda metà del XII sec., tutto il territorio era stato occupato (anche le pianure una volta paludose): nel XIII sec. la pressione demografica portò a valorizzare zone marginali, quali le alte Murge intorno ad Altamura, e a praticare il debbio nelle zone montagnose della Campania. Comunque, tutta la superficie del Regno era divisa fra i territori dei villaggi (o delle città), delimitati da confini lineari. Ogni territorio, in genere imperniato su un insediamento compatto, comprendeva tre zone concentriche: la prima, intorno all’insediamento, era occupata dagli orti; seguiva la zona agricola vera e propria, talvolta, ma raramente, irrigua lungo i corsi d’acqua (solo la Sicilia musulmana aveva un’agricoltura irrigua sofisticata); l’area più esterna era invece occupata dall’incultum, più o meno esteso, che fungeva da zona di pascolo e da riserva di legno ed era considerato pubblico, cioè direttamente sottomesso alla Curia o ai signori, che riscuotevano tasse d’uso.

La zona agricola media era organizzata in modi diversi da regione a regione. In Puglia, sin dal XII sec., era divisa in blocchi omogenei di terra nei quali si praticava la stessa coltura (gli ulivi crescevano nei campi di cereali sulle parti più basse dell’altipiano). La Campania, il cui paesaggio era più uniforme, adoperava la coltura promiscua che associava nello stesso campo alberi, vite alta e cereali; sui margini della zona coltivata erano sistemati gli alberi da frutto (castagni, noccioli). Infine, sin dal XII sec., si osserva una specializzazione regionale per alcuni prodotti: ulivi nella Puglia calcarea, cereali nel Tavoliere, frutti essiccati e vino pregiato in Campania. Quanto all’allevamento (pecore, maiali, bovini, cavalli), era praticato un po’ ovunque, ma la sua importanza era contenuta. Comunque la grande transumanza fra Abruzzo e Tavoliere, interrotta già nel VI sec., non fu ripristinata in età federiciana: la famosa legge III, 45 del Liber Augustalis allude, a nostro parere, soltanto a piccoli spostamenti del bestiame dal territorio di un villaggio all’altro.

Nel Duecento, l’agricoltura meridionale godeva di potenti incentivi: non soltanto la crescita demografica interna, ma anche la domanda delle grandi città dell’Italia centro-settentrionale e del Nord Africa. È sicuro che, sin dall’XI sec., la produttività era cresciuta (modi di trazione, erpicatura, cura del maggese), in quanto il Regno era in grado di nutrire una popolazione più importante e di esportare derrate. L’imperatore, interessato com’era, se non all’economia, almeno ai redditi della Curia, ebbe particolare cura dell’agricoltura del Regno. Certo, alcune sue prescrizioni in proposito sembrano vane: per esempio, ordinò a tutti i possessori di giumente di farle coprire regolarmente, un anno con un cavallo, un anno con un asino, per ottenere cavalli e muli, e obbligò tutti i contadini pugliesi a comprare buoi.

Più importante era il fatto che Federico avesse sviluppato la produzione diretta della Curia. È probabile che già in età normanna il re godesse di un importante indominicatum in Sicilia e in Calabria; nell’ambito del recupero del demanio e della sistemazione della Curia in Capitanata, l’imperatore creò massarie e centri di monta equina (aracie e marescalle) in Capitanata, in Basilicata e nelle altre province pugliesi, in gestione diretta, probabilmente ispirate al modello delle grange cistercensi. A dispetto della pesantezza dell’amministrazione, è possibile che le massarie regie avessero compiuto progressi tecnici: sembra che poi in età angioina si praticasse una rotazione triennale delle colture in Capitanata. L’imperatore prescrisse di coltivare l’avena in questa provincia (cresceva in Campania e in Sicilia alla stessa epoca). Ma altri progressi tecnici, indipendenti dalla volontà imperiale, riguardarono l’olivicoltura che, fuori della Puglia, cominciò a estendersi in Capitanata, in Campania e in Sicilia.

L’imperatore favorì pure l’esportazione delle derrate agricole (soprattutto del grano), sia verso le città amiche dell’Italia centrosettentrionale sia verso il Nord Africa; infatti riscuoteva importanti tasse sull’esportazione (nel 1239, un terzo, poi un quinto del valore del grano siciliano) e disponeva anche di una piccola flotta commerciale.

Al contrario, gli spostamenti di popolazione (in particolare in Sicilia e in Capitanata) ebbero probabilmente conseguenze negative sulla produzione agricola, come pure il peso della pressione fiscale (la subventio generalis fu riscossa ogni anno sin dal 1235). Inoltre la crescita della popolazione, in un’epoca nella quale nuovi dissodamenti diventavano difficili, tendeva a limitare la produzione disponibile. Tuttavia, né in età sveva, né durante la prima età angioina, il Regno smise mai di esportare importanti quantità di derrate agricole.

La congiuntura di una relativa sovrappopolazione e della crescente domanda di prodotti agricoli sul mercato interno ed estero contribuì a modificare lo statuto dei contadini. Certo la forma dei contratti cambiò poco, eccetto il canone che era più spesso fisso e corrisposto in denaro. D’altra parte, la Sicilia costituì un caso specifico: dopo la deportazione degli ultimi arabi, l’isola non era più sovrappopolata e lecorvées, documentate nel XII sec., non esistevano più. In Puglia la piccola e media proprietà continuò a dominare, a fianco delle aziende regie. Viceversa, nelle regioni del Nord e dell’Ovest del Regno (Abruzzo, Molise, Campania), dove, sin dalla fine del XI sec., vi fu una ripresa della gestione signorile diretta sui grandi campi chiamati startia, molti contadini furono sottomessi a corvées piuttosto pesanti (un giorno per settimana a S. Pietro Infine, vicino a Montecassino; nel 1270, cinquanta giorni all’anno in un casale abruzzese). Ne scaturì la formazione di una nuova gerarchia nella società contadina, che contrapponeva i liberi agli angararii. Nell’Abruzzo e nel Molise comparve inoltre, in documenti angioini, una sovvenzione annuale a favore dei signori, considerata consuetudinaria.

Tale evoluzione, pur non essendo propria del Regno di Sicilia, fu particolarmente brutale. Non si può certo accusare Federico II di aver scompaginato l’economia del Regno, anche se le guerre degli ultimi anni imposero un carico pesante. Comunque l’agricoltura rimase l’attività dominante, quella che alimentava realmente il commercio. Grazie ad essa, il Regno fu integrato ai circuiti commerciali euromediterranei, anche se solo come produttore di derrate.

di Jean-Marie Martin

E BIBLIOGRAFIA

E. Maschke, Die Wirtschaftspolitik Kaiser Friedrichs II. im Königreich Sizilien, “Vierteljahrsschrift für Sozial- und Wirtschaftsgeschichte”, 53, 1966, pp. 289-328.

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J.-M. Martin, Città e campagna: economia e società (sec. VII-XIII), in Storia del Mezzogiorno, III, Alto Medioevo, Napoli 1990, pp. 259-382, in partic. pp. 316-332.

Id., L’économie du royaume normanno-souabe, in Mezzogiorno-Federico II-Mezzogiorno. Atti del Convegno, in corso di stampa.