Il Manifesto
MANIFESTO
Lo scopo del Manifesto è quello di farti entrare
nel cuore della Dieta Mediterranea.
Dieta Mediterranea significa ottomila anni di storia e tradizioni.
“Vi do tutte le piante con il proprio seme, tutti gli alberi da frutta con i propri semi. Così avrete il vostro cibo” (Genesi 1,23)
Ci sono termini che diventano immediatamente noti in ogni luogo del mondo. Tra essi “Dieta Mediterranea”.
Gran parte del mondo occidentale insegue ed invoca queste due parole quasi come un rituale di magia. Le mamme americane, che d’un tratto vengono avvertite che l’obesità dei loro figli è da considerare come facile ingresso a patologie mortali, si affannano a rastrellare nei supermercati verdure, pane, legumi e olio cercando poi di cucinare in maniera appropriata leggendo uno dei tantissimi libri in circolazione. Centinaia di studiosi litigano sulla paternità di questa o quella scoperta in campo nutrizionale. Capi di Stato tentano di accaparrarsi la gestione delle cose dopo il prestigioso riconoscimento che La Dieta Mediterranea ha ricevuto dall’UNESCO. I media martellano la popolazione con corpose campagne d’informazione, milioni di spot pubblicitari, consigli semi-seri per guidare l’ascoltatore verso l’aderenza alle norme che regolamentano il cibarsi mediterraneo. Il risultato, a noi pare, è sotto gli occhi di tutti. Dieta Mediterranea, cioè, è divenuto uno dei ritornelli più diffusi al mondo e, come capita alle più belle melodie, esso si canticchia senza che se ne conosca il testo. La Dieta Mediterranea ha così perso la sua identità sotterrata da corpose dicerie, dispersa in milioni di rivoli che non trovano mai il mare, o meglio, il Mare Nostrum. Questo Magazine si propone di sollecitare una letteratura aderente al vero concetto di Dieta Mediterranea, cercando poi di giungere ad una sintesi che faccia chiarezza e che manifesti i fatti della storia. La storia è sempre una ed una sola. Questa nostra promessa, ce ne rendiamo conto, ci carica di un’enorme responsabilità, ma siamo pronti a reggerla.
Dott. Cribari, dicono di lei: “Uno dei massimi esperti generalisti sulla Dieta Mediterranea”. Non le sembra un’esagerazione che potrebbe avere il gusto della boria, della presunzione e dell’immodestia?
In effetti sino a qualche anno fa mi sarei vergognato di farmi definire in tal modo pubblicamente. I maggiorenti della Fondazione “Paolo di Tarso” hanno però insistito nello scrivere ciò che loro, miei profondi conoscitori, pensano di me. Ed io non mi sono opposto perché credo che sia arrivato il tempo di dare a Cesare ciò che è di Cesare. Cesare, peraltro, so che quanto gli è stato e gli sarà donato vorrà spenderlo per aiutare la tanta gente stanca che nel Mediterraneo vive soggiogata da tremendi conflitti, da acuta indigenza e poca libertà. Nella mia vita ho letto centinaia di libri e mi sono dedicato molto all’ascolto di quanti, a vario titolo e per particolari ambiti, sapevano di Dieta Mediterranea. Ho acquisito, in tale modo, una visione d’insieme e mi sono appropriato, metabolizzandole, di tutte le accezioni che sottendono a queste due magiche parole.
COSA PENSA DEL LAVORO DELLA FONDAZIONE “PAOLO DI TARSO”?
La “Paolo di Tarso” è la Fondazione che ha sposato la missione della promozione del Brand Italia e del Made in Italy. E’ l’unica Istituzione italiana che ha pensato di creare un Gruppo di Testate Giornalistiche con questo fine. Quanti ne fanno parte avvertono forte il dovere di tutelare il Diritto dell’Uomo. Si tratta di persone di elevata spiritualità e spiccata intelligenza che, avendo acquisito anche una rigorosa formazione culturale nel senso alto dei termini, si propongono come fine quello di creare lavoro stando dietro le quinte, percependo nitidamente che la dipendenza economica lede i diritti costituzionali e quelli più squisitamente affini all’Uomo. Laddove, infatti, mancano “panem et circenses” si genera una grigia dimora nella quale la libertà non può essere ospitata. Io mi sento un prescelto ed ho deciso di mettere la mia faccia in questo gene di un maestoso progetto perché so che, comunque, ho al mio fianco gente dedita all’esercizio della lealtà, della profonda amicizia, del rispetto e del duro lavoro. Per quanto mi riguarda l’onore di essere fra gli eletti di questa Fondazione rappresenta per me già una meta dorata perché so che giusto qualcuno può essere accolto in un luogo animato dai valori originari dell’uomo, quelli che Kant, in una splendida metafora, soleva descrivere come “il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”.
PERCHE’ “LA” DIETA MEDITERRANEA?
Abbiamo voluto usare un articolo determinativo (la) perché questo indica appunto qualcosa di preciso ed univoco. Vogliamo cioè che questo Magazine diventi per la gente “il” luogo in internet, laddove oggi sempre più ci si informa e si decide, in cui risiede “la” Dieta Mediterranea, nella sua essenza prima, senza fronzoli ed orpelli. Vogliamo, altresì, rendere un servizio d’informazione a 360 gradi, proponendoci, quindi, anche come erogatori di servizi. Non sarebbe, infatti, sufficientemente ed eticamente corretto indicare la strada verso un’isola che poi non c’è. Nulla è più deplorevole che comunicare, peggio ancora propagandare, un prodotto che non c’è.
QUAL E’ ALLORA IL REALE SIGNIFICATO DI DIETA MEDITERRANE, pardon, de “la” Dieta Mediterranea?
“La” Dieta Mediterranea…la ringrazio per avere marcato sul “la”. Queste due popolarissime parole furono messe insieme da Ancel Keys, il fisiologo americano padre scientifico della Dieta Mediterranea. Keys, negli anni Cinquanta, coordinò il più grande studio epidemiologico mai fatto nella storia dell’Umanità in campo nutrizionale: il Seven Countries Study, lo studio dei sette Paesi o coorti, come amava definirle lo scienziato statunitense: Stati Uniti, Italia, Olanda, Grecia, Finlandia, Giappone ed ex Iugoslavia. Gli esiti di questa imponente ricerca scientifica provarono che nel Mediterraneo si mangia e si vive meglio e più a lungo. Ecco perché Dieta. In “Dieta” c’è la sintesi della genialità del fisiologo americano. Egli, infatti, volle caratterizzare il modello di vita che di li a poco avrebbe comunicato al mondo intero con un termine che andasse oltre la scienza nutrizionistica, e più in generale a quella medica, e che derivasse da un termine affine al Mare Nostrum. Scovò magistralmente, così, la parola greca δίαιτα (diaita): Eureka! Questa davvero era la parola magica perché il suo significato – “stile di vita” – rimandava e rimanda, più che a norme nutrizionali, ad una vera e propria filosofia di vita. Infatti “la” Dieta Mediterranea è un insieme di norme nutrizionali, di prodotti ben definiti, di luoghi di produzione identificati distintamente, ma anche il contenitore del “come si è vissuti” in diffuse aree del Mediterraneo per millenni, sino a qualche lustro fa. Per riassumere “la” Dieta Mediterranea è: cibo (quel particolare cibo proveniente da quella specifica zona) + precisa cadenza dei pasti + movimento fisico + convivialità + storia e tradizioni.
DOVE E PERCHE’ NASCE LA DIETA MEDITERRANEA?
La Dieta Mediterranea affonda le sue origini nella storia del nostro Paese, pervenutaci dalla Mezzaluna Fertile (Levante, Egitto e Mesopotamia), dove ottomila anni fa circa nacque l’agricoltura. Lì, grazie alla presenza di grandi fiumi (il Tigri, l’Eufrate ed il Nilo), il terreno si presentava particolarmente fertile. Questa contingenza mutò il corso della storia, fermando l’uomo in un posto e togliendolo dalla sua condizione di nomade.
Su generose zattere le prime sementi ed i primi riproduttori animali sbarcarono nelle regioni italiane del profondo sud. Così approdarono legumi e cereali, ovini, caprini e bovini (il suino era già presente nel meridione d’Italia). L’uomo del tempo si trasformò così da predatore in produttore perché, vivendo in quei luoghi stabilmente, ebbe l’opportunità di dedicarsi alla coltivazione.
CHI PUO’ RIVENDICARNE LA PATERNITA’?
Le origini, come detto, ci riportano ad ottomila anni fa. I genitori della Dieta Mediterranea, pertanto, furono le terre di Israele, della Giordania, della Palestina, della Siria, dell’Egitto, quindi dell’Italia meridionale. Queste, come tutti i genitori, non plasmarono però la prole a loro immagine e somiglianza, altrimenti avremmo dovuto parlare di cloni, non di madri e figlia. Infatti, nella sua storia la Dieta Mediterranea si è arricchita di molti prodotti, pur mantenendo fermi alle basi i suoi alimenti dalla tradizione millenaria (pensiamo, per esempio al pane e all’olio d’oliva). L’inclusione avvenne “naturalmente”, suggerita dall’istinto della gente mediterranea. Così, oggi, a pieno titolo fanno parte della preziosa Dieta i pomodori (provenienti qualche secolo fa dall’America Latina), le patate (orinarie dell’America Centrale), e le asiatiche cipolle, ecc. ecc.
HA PARLATO D’ISTINTO, PERCHE’?
Le cito il Nobel Bergson: “ci sono cose che soltanto l’intelligenza è capace di cercare, ma che da sé non troverà mai; soltanto l’istinto potrebbe scoprirle, ma esso non le cercherà mai“. Tutto spiegato. Le tante dominazioni di popoli eterogenei determinarono l’ingresso nell’area mediterranea di molti prodotti alimentari esotici. Questi, manifestatisi all’istinto delle popolazioni autoctone furono prima scoperti, poi selezionati ed inglobati nella Dieta autoctona.
Vorrei ricordarle un’altra cosa significativa, se me lo permette. I nostri nonni, forse anche il suo, avevano l’abitudine di bere un cucchiaio di olio d’oliva al mattino – come no, certo, lo ricordo benissimo – o in particolari situazioni di malessere (pensiamo, per es., alla stitichezza). Nessuno aveva detto loro delle straordinarie qualità salutistiche dell’olio d’oliva, ma essi sapevano di doverlo assumere!
LEI RITIENE LA DIETA MEDITERRANEA UN VOLANO PER LO SVILUPPO. PERCHE’?
Nel Mediterraneo la bellezza non si fa sforzo a trovarla. Ma, nonostante la sua straripante e diffusa beltà, quest’area geografica è oggi dilaniata da conflitti, violente dispute religiose, indigenza e disumanità. E se non può essere stata l’incantevole natura a svilire così marcatamente questo Eden terrestre, non rimane allora che pensare all’Uomo. Lo sviluppo economico e civile, infatti, lo fa l’Uomo! E a nulla servono i diversi corollari, seppure belli e affascinanti, se manca l’Uomo. E così davvero è stato ed è. Occorre oggi, anticipando la sicura quanto marcata crisi del modus vivendi conosciuto come globalizzazione, puntare ai grandi temi comuni e accomunanti, a quei concetti “cappello” sotto i quali ogni minuscolo corner bagnato dal Mare Nostrum può tranquillamente coabitare insieme all’intero pool di variegati territori che ne disegnano il contesto generale. Puntare a caratteristiche forti, oggettive e unificanti è l’unico modo per riconsegnare, peraltro, alla popolazione stanca e per gran parte indigente una sua identità, fattore ineludibile da cui partire. Se la percezione del sè, del noi, infatti, è grigia, poco delineata o addirittura inesistente, quella centralità dell’Uomo che sopra è stata invocata perderebbe di peso ed efficacia. I grandi temi dicevo, uno in particolare: la Dieta Mediterranea.
Questa è il prodotto fra i più richiesti al mondo! Ma ha finito per perdere ogni significato proprio perché, collocata e abusata in ogni dove, è divenuta un refrain incolore della quotidianità globalizzata. Sta di fatto che Dieta Mediterranea e Globalizzazione non possono andare d’accordo per il semplice motivo che la prima è memoria e tradizione, semplicità e particolare, mentre la seconda è un brand standardizzato e appiattito che tutto contiene e controlla. Da una parte c’è il portato della saggezza e dell’istinto dell’uomo, dall’altra un dorato nulla.
Cresce a dismisura, oggi, la consapevolezza dei consumatori, sempre di più attratti da cibi sicuri e portatori di salute. Niente di meglio, perciò, che addobbare la tavola con gli incantevoli prodotti della Dieta Mediterranea,dipinti da colori accesi, quello stesso colore che, insieme spesso al gusto amarognolo, ne certifica la salubrità. Gli Stati Uniti d’America, dopo aver permesso negli ultimi decenni del secolo scorso la propaganda di comportamenti alimentari assai dannosi per la salute, in concomitanza con l’era d’oro delle grandi multinazionali del food-business, si ritrova oggi a dover combattere l’obesità, divenuto un vero e proprio flagello per la gran parte della sua popolazione e per l’economia. L’eccessiva adiposità, infatti, negli USA rappresenta una delle primissime cause di morte. In questo contesto allarmante un intero sistema politico, finanziario e scientifico ha individuato nella Dieta Mediterranea uno straordinario strumento di prevenzione.
Pensate che la Food and Drug Administration, l’agenzia statunitense per gli alimenti ed i medicinali, che ha come suo scopo istituzionale quello di proteggere la salute dei cittadini attraverso consigli e controlli sugli alimenti che vengono immessi sul mercato, dal 2004 ha permesso ai produttori d’olio d’oliva (l’elemento principe della Mediterranean Diet) di utilizzare sulle proprie etichette il seguente claim: «Mangiare 2 cucchiai (23 grammi) di olio di oliva al giorno, può ridurre il rischio di malattie coronariche». E lo United States Department of Agriculture nel 1992 ha pubblicato la famigerata piramide alimentare che ritrae la metafora della dieta mediterranea di keysiana memoria, a base di pasta, pesce, frutta e verdura, con l’uso di olio extravergine di oliva e vino rosso. Banditi, quindi, gli alimenti ricchi di grassi saturi, universalmente riconosciuti come dannosi per la salute, quali burro, amido e carne rossa.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, inoltre, consiglia un regime alimentare che si accosta di molto a quello della dieta mediterranea. Numerosissimi studi scientifici effettuati in tutto il globo hanno, infine, concordato che seguire lo Stile di vita Mediterraneo previene i più severi disturbi cardiovascolari, ci tutela contro la depressione, contrasta l’insorgere di processi infiammatori, riduce la possibilità di ammalarsi di cancro, favorisce la fertilità, combatte l’obesità e tanto altro ancora. Se questo è poco…!!
Sembra alquanto strano che lei ritenga povertà e semplicità componenti storiche essenziali della Dieta Mediterranea. Oggi, però, passa per essere un modello alimentare di nicchia. Ce ne vuole parlare?
Chi, come me, ha avuto la fortuna di vivere e ricordare i luoghi nostrani ed il tempo prima che il potere soggiogatore dell’informazione di massa offrisse e imponesse stereotipi modaioli di vita incipriata, nel cui ambito il valore di una persona era ed è scritto sulla propria denuncia dei redditi, sa di cosa parlo. Povertà e semplicità erano i lati delimitanti la realtà. Ma, attenzione! Quando parlo di povertà alludo a come oggi si definisce un sistema di vita avulso da ogni condizionamento che non sia contenuto nelle regole della natura. Mi riferisco ad un mondo senza Barby e Big Jim, senza Playstation e abiti firmati, un ambito semplice. Povertà intesa come non possedimento di optional di vita. In realtà lì è rimasto fermo ed ancorato il vero senso della vita. La ricchezza dell’anima, dei cuori e della mente si toccava quotidianamente con le mani. Ci facevamo accompagnare, infatti, da profondi sentimenti, forti odori, serene ed interminabili frequentazioni amicali, amore per la famiglia e buona cucina. Se non la tedio troppo le leggerò un piccolo mio scritto che servirà a far capire ai nostri interlocutori ciò a cui penso…
ANZI, LE SIAMO GRATI:
“Al crepuscolo, in campagna, prendeva corpo l’esistenza notturna tipica delle nostre colline. Tutti i rumori venivano magnificamente amplificati: il latrare dei cani lontani, da noi e fra loro, ma uniti nell’orchestra naturale degli sbalzi e respinte sui monti a disegnare un acustico ideale cerchio, il silenzioso chiacchierio delle galline chiuse al buio, il sibilo di piccoli volatili, il fiatone dei compagni, l’urlo di una mamma a richiamare il figlio per la cena, lo stridere dei denti di due piccoli volpini fasciati nell’abbraccio del gioco, infine il vento, incuneato nella valle, sospinto e ingrassato da se stesso, giungeva impetuoso a scompigliare i nostri capelli e a gelare i nostri corpi umidi dal tanto correre. Piccole lucciole danzavano a intermittenza fra gli oleandri e qualcuna, inesorabilmente, finiva fra due fanciulle mani per celebrare la festa della breve cattura. Dopo il riposo, per salutare questo incanto, ricominciavamo il perpetuo movimento di gaiezza, senza che provassimo mai stanchezza. Ci inseguivamo a perdifiato nella penombra in cerca dell’ultimo CENTO; ci si litigava a volte per l’irregolarità del tocco vincente, ci si spingeva, volava anche qualche ceffone, ma la legge dell’aia, piuttosto che della strada, infine invitava i litigiosi a regalare smaglianti sorrisi di pace e amore. L’unico lampione dello spiazzo prendeva intanto ad accendersi lentamente; il cerchio di luce da esso propagato recintava i nostri ultimi schiamazzi. La gioia e la vitalità diventavano cremosamente palpabili. Quel cerchio, per me, rappresenta ancora il Paradiso. Il pensiero della cena, ormai vicina, ci suggeriva di uccidere ogni tempo morto, ci istruiva a prendere pieno possesso del nostro tempo, in modo da poterlo divorare tutto, tutto, senza avanzi sbavati. L’enfasi del gioco, così, si contraeva infinitamente, in spazi sempre più piccoli e bui. Ma il richiamo fatidico arrivava sempre puntuale, e puntualmente veniva accolto con gesti e smorfie poco eleganti.
Ce ne andavamo ognuno nelle nostre case, non senza prima esserci dati appuntamento per l’indomani.
Si rientrava a casa sbattendo il pesante portone e ci si sedeva a tavola spesso con le mani annerite. Colorate uova iniziavano ad essere annegate nel giallo liquido profumato e caldo, e un saggio cucchiaio cucinava il rosso prelevando l’olio dalla cibbia formatasi dall’esperta inclinazione del padellino. Quando il rosso veniva adombrato da una pellicola bianca il fuoco si spengeva, e l’uovo, posato delicatamente sul piatto bianco e spizzicato, mi veniva servito a tavola. La pitta calda compiva poi il rito del nutrimento voglioso, fatto di inzuppate, strisciate e infine di rotondi cerchi pulitori. Il piatto, ritornato bianco, veniva poi rallegrato dalla rossa insalata, mentre i miei vecchietti, uno ad uno, iniziavano a sonnecchiare poggiando la testa sulla tavola. Quel vedere era un bel vedere. Io, piccolo forte eroe, intanto mi gustavo GIOCHI SENZA FRONTIERE poggiando i piedi su una sedia impagliata. Una russata più forte delle altre dava la sveglia. Ci andavamo a coricare portandoci sottobraccio ognuno il proprio mattone caldo confezionato con fogli di giornali e spago: avrebbe mitigato quella forte sensazione di freddo glaciale generata dal coraggioso primo ingresso sull’alto letto. I miei occhi fissavano le travi di legno e i chiodi in esse conficcati fino all’ultima contrazione delle palpebre, chiuse da un invincibile sonno di pace. Il nero finiva alle prime luci dell’alba, quando le voci umane, i primi richiami animali, ma soprattutto l’energia del mio cuore gonfio di vita, muovevano la mia anima ad un nuovo meraviglioso risveglio.Vivevo, allora, sempre impastato nel presente; del passato e del futuro non ne avevo mai alcuna percezione. Forse per questo ero davvero completamente felice”.
Grazie, Dott. Cribari. questo suo racconto è stato per davvero illuminante! Complimenti.





